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AMOC è il nuovo acronimo che la scienza ci sta raccomandando di considerare. L’Atlantic Meridional Overturning Circulation è una grande corrente marina che ha un impatto importante sul clima, non solo nell’Atlantico settentrionale ma anche a livello globale.
La situazione è critica non irrimediabile: la rapida riduzione delle emissioni di gas serra potrebbe ancora scongiurare la fine dell’Amoc e preservare l’equilibrio del sistema climatico globale.
Gli scienziati avvertono, ignorare questi segnali potrebbe significare affrontare conseguenze catastrofiche per il clima e per la vita sul pianeta.
I dati hanno registrato che in passato l’instabilità della corrente ha causato alcuni tra i cambiamenti climatici più eclatanti e improvvisi oggi conosciuti.
Ben 44 scienziati che lavorano nel campo della ricerca sul clima, hanno lanciato un grido d’allarme sul cambiamento della circolazione oceanica nell’Atlantico. Un rischio finora molto sottovalutato, ritengono gli scienziati, che potrebbe avere impatti devastanti e irreversibili soprattutto per i Paesi nordici, ma anche per altre parti del mondo.
Attraverso una lettera aperta pubblicata nell’ottobre 2024, i 44 esperti internazionali chiedono attenzione alla politica su un tema tanto complesso quanto urgente da affrontare.
Il “capovolgimento meridionale della circolazione atlantica” preoccupa la comunità scientifica , un suo cedimento avrebbe impatti irreversibili sul clima globale con conseguenze (senza esagerazioni) devastanti per il pianeta.

L’Amoc si basa su un complesso movimento di masse d’acqua che attraversano l’Atlantico settentrionale, veicolando calore dai tropici fino alle regioni più settentrionali dell’Europa, l’acqua calda superficiale viaggia dalle latitudini equatoriali fino al Nord Atlantico, dove rilascia parte del proprio calore. Raffreddandosi, si addensa e sprofonda, tornando a sud in profondità per poi risalire in superficie grazie alle correnti oceaniche globali. Questo movimento è responsabile di circa il 20% della Corrente del Golfo e del riscaldamento delle regioni atlantiche europee. Il funzionamento di questa “pompa termica” è ciò che mantiene i climi europei relativamente temperati rispetto ad altre zone del mondo alla stessa latitudine.
Da alcuni decenni si registra un rallentamento dell’Amoc, un fenomeno che gli scienziati attribuiscono in gran parte al riscaldamento globale.
I modelli climatici indicano che, con l’aumento delle temperature, si assiste a una riduzione della salinità delle acque nell’Atlantico settentrionale causata dalla maggiore fusione dei ghiacci della Groenlandia e dall’aumento delle precipitazioni. Questi cambiamenti portano a un’acqua più dolce e meno densa, che fatica ad affondare. Il circolo vizioso che segue, vede la salinità diminuire rallentando ulteriormente l’Amoc. Questo processo autoalimentato potrebbe portare il sistema a un punto di non ritorno. Una volta raggiunto questo “tipping point”, l’Amoc potrebbe collassare, con conseguenze gravissime.
Tra i 44 scienziati firmatari dell’appello recapitato al Consiglio dei ministri nordici, si leggono provenienze da USA, UK, Cina, Australia, Svizzera, Irlanda, e i Paesi del nord Europa.
Stefan Rahmstorf, uno degli scienziati firmatari della lettera, ha spiegato che una delle prove più evidenti del rallentamento è rappresentata dal cosiddetto “blob freddo“, una vasta area di acque insolitamente fredde nel Nord Atlantico. Mentre il resto del pianeta si riscalda, questa regione mantiene temperature più basse, in apparente controtendenza con il riscaldamento globale. Questa anomalia è in realtà il segnale di un minore trasporto di calore verso l’Europa, dovuto alla riduzione dell’Amoc.
Un altro campanello d’allarme è l’aumento della temperatura lungo la costa orientale del Nord America, fenomeno che i modelli climatici avevano previsto proprio come effetto del rallentamento della circolazione atlantica.
Se l’Amoc dovesse collassare, i cambiamenti sarebbero drammatici, con effetti visibili anche nei Paesi europei.
Il primo impatto sarebbe un drastico raffreddamento dell’Europa nord-occidentale, che potrebbe portare a inverni molto più rigidi e lunghi. Inoltre avverrebbe uno spostamento delle fasce tropicali di precipitazione verso sud, alterando i sistemi piovosi in tutto il mondo.
Mentre le foreste pluviali si seccherebbero, le regioni più aride potrebbero essere colpite da piogge eccessive, innescando siccità in alcune aree e inondazioni in altre. Questo sconvolgimento climatico colpirebbe l’agricoltura, la sicurezza alimentare e la biodiversità, generando crisi umanitarie e ambientali su vasta scala.
L’Amoc svolge anche un ruolo fondamentale nell’assorbimento dell’anidride carbonica: grazie a queste correnti, il carbonio viene portato nelle profondità oceaniche, lontano dall’atmosfera. La sua interruzione ridurrebbe la capacità dell’oceano di sequestrare la anidride carbonica, con un conseguente incremento dell’effetto serra e un ulteriore riscaldamento globale. Questo aspetto preoccupa particolarmente gli esperti, poiché rappresenta un ulteriore feedback positivo nel sistema climatico, ovvero un processo che contribuisce ad amplificare il riscaldamento anziché ridurlo.
Recenti studi riportano che il collasso potrebbe verificarsi già nei prossimi decenni, Rahmstorf e altri esperti ritengono che la probabilità sia vicina al 50%. Questa incertezza richiede un monitoraggio costante e accurato, dichiarano gli scienziati, da realizzare misurando quotidianamente il flusso dell’Amoc attraverso reti di sensori nell’Atlantico, fornendo dati preziosi per individuare i segnali precoci di una sua possibile interruzione.
Il rischio di superare il punto di non ritorno per l’Amoc rappresenta uno dei più gravi allarmi lanciati dalla scienza del clima.
La situazione è critica ma non irrimediabile: ridurre rapidamente le emissioni di gas serra potrebbe ancora scongiurare la fine dell’Amoc e preservare l’equilibrio del sistema climatico globale. Tuttavia, la lettera firmata dagli scienziati rappresenta un avvertimento: ignorare questi segnali potrebbe significare affrontare conseguenze catastrofiche per il clima e per la vita sul pianeta.
Le instabilità dell’Amoc sono dovute a due diversi tipi di punti di non ritorno, uno legato a un meccanismo di feedback positivo associato al trasporto a grande scala di sale, e l’altro alla convezione profonda e al relativo rimescolamento delle masse d’acqua. Questi punti di non ritorno presentano un grave rischio di cambiamento repentino della circolazione oceanica e del clima, proprio mentre stiamo spingendo il nostro pianeta sempre più fuori dal clima stabile dell’Olocene, verso acque inesplorate.
è un sistema di correnti oceaniche dell’Atlantico di fondamentale importanza per il clima, che regola la circolazione di calore dall’Equatore fino ai poli. L’AMOC è alimentata dallo sprofondamento di acqua densa fredda e salata nel Nord Atlantico subpolare, dovuto all’elevata perdita di calore per scambio con l’atmosfera polare fredda.
Si prevede che l’AMOC potrebbe diminuire in risposta ai cambiamenti climatici di origine antropica, a causa di una diminuzione della densità superficiale dell’oceano in quest’area, dovuta al progressivo scioglimento della calotta glaciale della Groenlandia. Secondo il sesto rapporto dell’IPCC, la probabilità che l’AMOC superi un punto di non ritorno (tipping point) collassando in uno stato stabilmente indebolito è bassa, ma con un impatto potenziale sul clima molto elevato.
Grazie a un algoritmo di rare event, le simulazioni dei ricercatori mostrano che l’AMOC può collassare spontaneamente a causa della sua variabilità climatica interna, anche senza forzanti esterne. Con il collasso dell’AMOC si osserva una diminuzione generale delle temperature nell’emisfero boreale, con un calo dell’ordine di 1,5° C nei continenti settentrionali e di 0,5 °C a livello globale, con ricadute anche sui pattern delle precipitazioni. Inoltre, alcune traiettorie tracciate dal modello mostrano un collasso che persiste per centinaia di anni, avendo superato così un punto di non ritorno.
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