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Ogni volta che parliamo di spopolamento lo facciamo come se fosse una calamità naturale, un destino che si abbatte sui luoghi e li svuota lentamente. Ma il fenomeno dello spopolamento non è una malattia. È una conseguenza.
È il risultato di scelte economiche, culturali e politiche che per decenni hanno trattato le aree interne come margini da gestire, non come centri da abitare. È la conseguenza di una frattura artificiale tra economia e cultura: una, considerata cosa seria; l’altra, spesso confinata nel tempo libero, nel decoro, nell’intrattenimento, frivola e accessoria.
Eppure oggi, in quel vuoto lasciato da politiche miopi e da una modernità disattenta, si intravedono nuove possibilità. Perché spopolato non significa deserto. E tornare non è solo nostalgia: è progettualità, è resistenza, è visione.
Le aree interne sono vive (nonostante tutto)
Secondo l’indagine ISTAT sul patrimonio culturale delle aree interne pubblicata nel febbraio 2025, il 39,4% dei musei italiani si trova proprio lì, in quei territori che spesso liquidiamo come vuoti o “periferici”. Sono oltre 1.700 i luoghi della cultura censiti. Non solo custodi del passato, ma veri e propri laboratori del futuro.
Sono presìdi educativi, civici e relazionali. Piccole imprese culturali, cooperative, gruppi di volontari che, con poche risorse e molta determinazione, mantengono vive narrazioni e relazioni. Fanno economia. Ricuciono paesaggi. E dimostrano che la cultura, se integrata a una visione di sviluppo, può essere la vera infrastruttura su cui ricostruire.
La tornanza non basta raccontarla: va progettata
In questo scenario, la tornanza, il ritorno ai luoghi dell’origine, non può più essere trattata come un fenomeno romantico o residuale. Deve diventare una strategia condivisa, capace di generare opportunità, tanto per chi torna quanto per chi non se n’è mai andato.
Ed è quello che oggi alcune interlocuzioni istituzionali e il mondo delle associazioni, stanno provando a fare: scrivere una vera e propria Legge sulla Tornanza, capace di creare le condizioni per il ritorno. Perché tornare non significa solo ritrovare le proprie radici, ma costruire un futuro in comune. Una legge partecipata, quella sulla Tornanza. La sua stesura sta attraversando momenti di ascolto molto partecipati.
Ma a questo dibattito manca ancora un tassello fondamentale.
Le aree interne come rifugi climatici
Molti dei luoghi oggi spopolati – borghi in altura, aree collinari e montane – possono diventare rifugi climatici, punti strategici di resilienza di fronte agli impatti del cambiamento climatico.
Già oggi, nel 2025, assistiamo a una migrazione interna crescente: famiglie che lasciano le coste surriscaldate e urbanizzate per cercare stabilità, frescura, vivibilità nei territori alti. Entro il 2030, molte di queste aree saranno riconosciute come habitat climaticamente favorevoli, con temperature più stabili, risorse idriche accessibili, biodiversità protetta.
E nel 2035 potrebbero diventare poli d’innovazione sostenibile: non solo luoghi da difendere, ma veri e propri laboratori di rigenerazione, capaci di attrarre nuove economie, tecnologie appropriate, stili di vita più armonici.
Unire tornanza e transizione climatica
Ecco perché oggi, nel momento in cui si scrive una Legge sulla Tornanza, sarebbe opportuno includere un riconoscimento chiaro del valore strategico delle aree in quota. Non solo per motivi culturali o identitari, ma per la loro capacità di offrire sicurezze climatiche.
Inserire questo elemento nella normativa significherebbe trasformare la tornanza in una scelta di futuro, oltre che di memoria. Un gesto di resilienza collettiva, che lega chi parte, chi resta e chi torna in un’unica traiettoria di rigenerazione.
Come ha detto Carlo Petrini:
“Il turismo del futuro? Parte dai cittadini residenti, dalla loro qualità della vita, dalla capacità di essere felici, dalla loro cura verso la terra che abitano. I turisti arriveranno di conseguenza. “
La stessa cosa vale per i tornanti. Non basta invitarli a tornare: bisogna costruire le condizioni perché possano restare, vivere bene e contribuire alla vita delle comunità.
A dare forza a questa visione è anche il libro “La tornanza. Ritorni e innesti orientati al futuro” di Antonio Prota e Flavio Albano, che offre una prospettiva preziosa: ci ricorda che la tornanza non è solo un ritorno al passato, ma un innesto vitale di nuove energie, competenze e relazioni nei luoghi dell’origine. È, a tutti gli effetti, un atto orientato al futuro.

Al libro si affiancano un festival e il “primo Podcast itinerante dedicato a territori, innovazione e persone che hanno deciso di cambiare direzione, dopo un percorso di crescita in giro per il mondo”. LINK
Abitare il futuro, insieme
Il cambiamento climatico non è solo una sfida ambientale: è una sfida culturale e sociale. Ridisegna i territori, cambia le geografie del possibile. E ci costringe a fare i conti con l’idea di “ritorno” in modo nuovo.
La tornanza non è solo memoria, è progetto.
Non è solo emozione, è strategia.
Non è solo radicamento, è resilienza condivisa.
E allora sì, tornare si può.
Ma serve ripensare i luoghi, le leggi, i modelli di sviluppo.
E soprattutto, serve immaginare insieme un futuro abitabile.
Per chi torna. Per chi resta. Per chi verrà.
Questo pezzo scaturisce da un mio intervento durante i Forum itineranti di Italiafestival a Sessa Cilento e Pioppi (SA), nell’ambito degli incontri DI ARTE E DI TORNANZA: INNESTI CULTURALI NEI BORGHI del “Progetto locale di rigenerazione culturale e sociale”, finanziato dall’Unione europea – NextGenerationEU e gestito dal Ministero della Cultura, rientra nell’Intervento 2.1 “Attrattività dei borghi storici” del PNRR M1C3 che vede coinvolti il Comune di Sessa Cilento, il Bio-distretto del Cilento, INNER International Network of Eco Regions, Italiafestival attraverso il Festival Segreti d’Autore e l’Associazione dei Comuni del Cilento Centrale.
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