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Nel recente aggiornamento del PSNAI – Piano Strategico Nazionale per le Aree Interne, pubblicato nel 2025, emerge una novità che ha acceso un dibattito acceso tra amministratori locali, studiosi del territorio e cittadini attivi.
Tra le quattro tipologie di obiettivi che il Piano assegna alle diverse realtà dell’Italia interna – ciascuna con strumenti e traiettorie di intervento differenziate – il più controverso è senza dubbio l’ “Obiettivo 4: accompagnamento in un percorso di spopolamento irreversibile”.
Secondo il documento, “un numero non trascurabile di aree interne si trova già con una struttura demografica compromessa (popolazione di piccole dimensioni, in forte declino, con accentuato squilibrio nel rapporto tra vecchie e nuove generazioni), oltre che con basse prospettive di sviluppo economico e deboli condizioni di attrattività”. In tali contesti, il Piano non prospetta una possibile inversione di rotta, ma l’elaborazione di “un piano mirato che le possa assistere in un percorso di cronicizzato declino e invecchiamento in modo da renderlo socialmente dignitoso per chi ancora vi abita”.
Questa formulazione, che sembra sancire una sorta di “accanimento dolce” verso la fine annunciata di interi territori, ha suscitato reazioni critiche. Si tratta, in effetti, di un approccio che suona come una resa pianificata alla desertificazione umana e civile di molti Comuni italiani, soprattutto appenninici e del Mezzogiorno, che invece da anni sperimentano pratiche di resistenza, innovazione e ritorno, spesso dal basso.
La vera contraddizione si annida nella coesistenza, nel medesimo documento, di due visioni opposte. Da una parte, l’Obiettivo 4 suggerisce la necessità di gestire il declino come un esito irreversibile, quasi naturale, da rendere socialmente sostenibile. Dall’altra, il Piano afferma con forza che “ogni Comune deve poter valutare in quale di queste quattro tipologie si colloca […] e potersi dotare di competenze e strumenti adatti al proprio caso”, riconoscendo nelle specificità locali un fattore chiave per favorire uno sviluppo endogeno.
Come conciliare, allora, l’invito a puntare sulla valorizzazione delle risorse locali per contrastare lo spopolamento, con la previsione di un accompagnamento alla decadenza? Chi decide – e con quali criteri – che un’area non ha più margini di inversione? E ancora: può una pianificazione pubblica ritenere “irreversibile” un fenomeno sociale, proprio mentre molti movimenti di restanza e tornanza dimostrano il contrario?
C’è il rischio concreto che l’Obiettivo 4 venga interpretato come una profezia autoavverante, destinata a giustificare il disimpegno istituzionale e a legittimare disuguaglianze territoriali di fatto. In nome della “dignità”, si potrebbe finire per istituzionalizzare l’abbandono.
Eppure, a ben leggere il PSNAI 2025, emerge un’altra contraddizione non meno rilevante.
Il Piano dedica ampio spazio alla crescente esposizione delle Aree Interne ai disastri naturali — frane, incendi, alluvioni, siccità — aggravati dal cambiamento climatico e resi più devastanti dal progressivo spopolamento e dall’abbandono delle pratiche di cura del territorio. Viene giustamente riconosciuto il ruolo storico delle popolazioni locali nella gestione delle risorse ambientali e dei rischi, nonché la necessità di rilanciare queste conoscenze come leva di resilienza.
Prima prevede, tra gli obiettivi, l’accompagnamento in un percorso di spopolamento irreversibile, poi considera la necessaria risposta ai disastri naturali con la valorizzazione delle risorse locali, la promozione dell’innovazione e il recupero dei saperi tradizionali delle comunità locali, quelle stesse comunità da accompagnare in un percorso di spopolamento irreversibile ma che possono rafforzare la resilienza di queste aree e promuovere nuove opportunità economiche. Ancora una volta, si chiede ai territori fragili di farsi carico della loro salvezza ambientale.
Occorre invece ribadire che ogni area interna – anche quelle più fragili – custodisce risorse culturali, ambientali, paesaggistiche, relazionali e produttive che non sono replicabili altrove. Studiosi come Vito Teti e Antonio De Rossi, hanno scritto che non esistono territori destinati alla morte, ma solo territori mal compresi, traditi o ignorati dalle politiche nazionali.
Il PSNAI 2025, per essere realmente efficace e coerente con gli obiettivi di coesione territoriale, dovrebbe quindi abbandonare ogni tentazione deterministica e ripartire dall’ascolto delle comunità, riconoscendo la dignità non del declino, ma della lotta quotidiana per la rigenerazione.
Questa “resa pianificata” potrebbe aggravare le disuguaglianze territoriali e la disillusione delle comunità rimaste a presidio di aree interne già duramente colpite da spopolamento, isolamento e marginalità.
Paradossalmente, mentre si parla ovunque di rigenerazione, coesione, “diritto alla restanza”, il PSNAI sembra chiudere la porta alla speranza per decine di piccoli comuni.
La vera sfida non è accompagnare lo spopolamento, ma invertirlo, facendo delle aree interne il laboratorio di un futuro diverso. Non basta dire che si cureranno le fragilità, se non si investe per trasformarle in opportunità. La strategia che affida il futuro di alcuni territori solo alla gestione dell’invecchiamento, senza un piano di rinascita culturale, ecologica e sociale, rischia di essere una forma raffinata di rassegnazione istituzionalizzata.
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